Artisti a Km 0? Al Centro Pecci di Prato si può!

Artisti Km 0 Giuseppe Guanci - Centro Pecci - Prato

Questa iniziativa che il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato e l’associazione ApArte portano avanti da diversi anni, mi incuriosisce e voglio cominciare a raccontarvela.

Artisti KM 0 è un format interessante sia dal punto di vista dell’indagine artistica che di quella sociologica. L’idea punta a mettere in relazione chiunque ritenga di esprimersi attraverso l’arte con il proprio territorio di provenienza, senza alcun filtro ‘critico’, ma alla libera scoperta di ciò che colui che si definisce ‘artista’ ha da raccontare di sé e del proprio lavoro.

Ognuno può utilizzare lo spazio dell’auditorium del Museo per spiegare la propria opera attraverso parole, immagini, esposizione, performance… tutto è concesso entro i limiti del possibile!

E il pubblico sembra rispondere con interesse ed entusiasmo, sempre numeroso e partecipe di questa formula che permette di creare serate ogni volta nuove e imprevedibili.

Giuseppe Guanci, architetto e artista di Prato, è il protagonista del prossimo incontro.

Cosa succederà? Venite a Prato o continuate a seguirmi e lo scoprirete…

La scrittura sconcertante di Arnaldo Pomodoro.

Arnaldo Pomodoro | Orizzonte, 1956

Arnaldo Pomodoro | Orizzonte, 1956, I | Argento dorato e juta stuccata e patinata, 59×90 cm | Foto Dario Tettamanzi

Mi succede, a volte, di ritrovare carte dimenticate, scritte anni addietro e di meravigliarmi non solo della loro ‘sostanza’, ma anche di quanta attualità si possa ancora ritrovare fra parole di così tanto tempo prima.

Qualche sera fa, guardavo Arnaldo Pomodoro in mezzo alla folla che lo stringeva a se’ durante l’inaugurazione della sua mostra Una scrittura sconcertante e per un attimo l’ho immaginato solo nel silenzio di questa grande sala, con intorno tutti quei suoi primi lavori – ‘ritornati’ – e ho immaginato che potesse vivere più meno quella stessa sensazione. Continua a leggere

Essere Stato.

Oggi mi sarebbe piaciuto scrivere d’altro: dei pettegolezzi su Eduardo de Martino o della poetica di Doriana Freschi; avrei voluto presentarvi Sergio Saggese, o parlarvi del libro di Tonino Scala.

Oggi mi sarebbe piaciuto scrivere d’altro ma, oggi, non avrei dovuto leggere la notizia del rogo di Città della Scienza.

In questi casi si possono dire molte cose ovvie, e me ne guardo bene.

Non voglio isolarmi in una torre d’avorio, ma cerco di rimanere lontano dalla cenere dei padiglioni e, per una volta, non voglio dare la colpa alla camorra che fa ‘solo’ il suo ‘lavoro’.

Oggi, vorrei dare la colpa a tutti gli italiani, me compreso, perché non siamo capaci di coniugare il nostroessere con il suo passato: Stato.

Non siamo capaci di essere Stato: padroni della nostra terra, uomini in grado di governarla come meriterebbe il bene comune che possediamo, e per licenziare finalmente dal loro ‘strano lavoro’ quei signori delle fiamme: una volta e per sempre.

con-fine chiama, Art First non risponde. Frieze, si!

 

Sono ormai sette anni, da quando è nata la rivista d’arte che ho l’onore di dirigere, che continuo a fare richiesta di partecipazione alla fiera di ‘casa nostra’ - Arte Fiera Art First - e sono ormai sette anni che io e con-fine art magazine veniamo puntualmente e candidamente ignorati.

Francamente continuo a non comprenderne le ragioni.

Ho personalmente sollecitato più di una volta una semplice spiegazione, pensando ingenuamente di averne diritto, anche se basterebbe l’educazione e il rapportarsi civile fra operatori di questo ‘settore’ – l’arte –  a indurre ad una risposta che, tuttavia, dopo sette anni, continua a non arrivare.

Si vede che non solo con-fine art magazine non è una rivista degna di partecipare alla kermesse bolognese, ma che neanche il sottoscritto e la sua redazione meritano i due minuti di tempo di una qualche zelante segretaria che possa scrivere una breve email, un tweet, un post, un messaggio di fumo che dica: - Non potete partecipare perché …… - Silenzio!

Si, lo so che non faccio parte di quella schiera di vips che in quei giorni percorreranno i rossi tappeti e faranno impazzire i fotografi che vorranno immortalarli di fianco ai nuovi direttori.

Lo so che sono solo un piccolo editore di periferia che lavora da tanti anni con impegno per portare avanti una rivista di livello internazionale dove la critica non sia ‘pubblicitaria’, ma reale, dove la qualità superi la fantasia dei redazionali a pagamento, dove l’arte e l’artista siano davvero oggetto di interesse culturale e non solo merce di scambio.

con-fine art magazine è una delle poche riviste al mondo di questo tipo e,  forse, è proprio per questo che le è vietato l’accesso al sistema. Ci si riempie sempre la bocca alle conferenze stampa con le parole culturainternazionalizzazionerete, ma non interessa a nessuno chi queste cose le fa davvero.

Del resto è paradossale ma, intanto, Frieze da Londra ci risponde via Twitter (https://twitter.com/confineArtMag) per farci presentare l’application per la prossima edizione.  Nemo profeta in patria?

Forse è la paura di apparire provinciali agli occhi del mondo se si sostengono le imprese che provengono dallo stesso territorio?

Non lo so. So solo che in Italia continuiamo a non fare rete, continuiamo ad essere esterofili a discapito delle eccellenze di casa nostra, continuiamo ad essere per questo sempre più piccoli e sempre, comunque provinciali.

Vogliamo continuare così?

Intervista a Flaminio Gualdoni su Radio 3 Suite

Le parole vere dei giovani autori

 

La narrativa italiana contemporanea, come del resto la musica e come un po’ tutto ciò che è espressione artistica, è sempre di più soggiogata dai meccanismi del mercato e della grande distribuzione che tenta – spesso, purtroppo, riuscendoci – di creare fenomeni e meteore da sfruttare qualche anno e poi accantonare, per lasciare il posto a qualcun altro che seguirà lo stesso triste iter.

E’ sicuramente più comodo e più ‘redditizio’ creare un ‘prodotto-scrittore’, lanciarlo e abbandonarlo, piuttosto che fare un serio talent-scouting, facendo crescere (come una volta…) un autore, seguendolo nel suo percorso, credendo in lui ad ogni nuovo romanzo, per tutta la sua vita letteraria.

Per cercare, nel nostro piccolo, di contrastare questo deplorevole fenomeno, e per dare spazio a ciò che di veramente valido e originale viene scritto, abbiamo pensato a questa collana di narrativa - la collana transfert – che vuole mettere in luce l’originalità e l’autenticità di tutti quei giovani scrittori che spesso – per motivi meramente commerciali – non riescono ad emergere nel panorama letterario delle major editoriali.

Ma la vera forza della letteratura sta nella lettura.
Il successo di un libro deve tornare ad essere deciso dal giudizio dei lettori e non da costose politiche di marketing a disposizione di pochi.

Per cui invito tutti a leggere, leggere, leggere… anche ciò che non è così pubblicizzato e famoso, anche i libri nascosti nei più remoti scaffali delle librerie, anche quei piccoli libri semi-sconosciuti che spesso contengono il vissuto reale di chi il nostro tempo lo attraversa con uno sguardo diverso, e non lo costruisce a tavolino.

Partiamo insieme, quindi, alla scoperta dei giovani narratori italiani: criticateli, consigliateli, odiateli ma comunque… leggeteli!


Scopri come abbonarti alla Collana di narrativa transfert

(in)comunicabilità #1. Silenzi.

È l’immaginazione che ha insegnato all’uomo il senso morale del colore,
del contorno, del suono e del profumo.
Essa ha creato, al principio del mondo, l’analogia e la metafora [...].
Poiché ha creato il mondo [...] è giusto che lo governi.

Ch. Baudelaire, “Lettera al direttore della Revue FranÇaise” in La regina delle facoltà, in Poesie e Prose, a cura di G. Raboni, Mondadori, Milano 1973, p.820


con-fine art magazine n.25 – (in)comunicabilità #1. Silenzi – (non)comunication #1. Silences – Articles about Emilio Isgrò, Arnaldo Pomodoro, Riccardo Benassi, Derek Jarman, John Cage, Alfredo Pirri, Adalberto Abbate, Marianna Andrigo, Aldo Aliprandi, Alberto Zanchetta, Dante, Giovanni Zoda, Focalize Magazine… ecc

«Silenzio cantatore».
Ho sempre pensato che il verso di questa antica canzone napoletana racchiudesse in sé la più profonda essenza dell’arte, creando un imprevisto legame fra la musica e le arti visive.

Le note del canto incorniciano silenzi che non arrestano il tempo. Le pause sono sospensioni del suono. Il tempo continua a scorrere, a suonare, a cantare, a comunicare.

E così, le arti visive, apparentemente escluse dal campo sonoro (facendo le dovute eccezioni di perfomances e installazioni varie) possono ricollocarsi in una posizione di pari dignità musicale, nella gerarchia di Shopenhaueriana memoria.

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Una grande stanza aperta nel paesaggio di Urbino

Lasciarsi alle spalle il mare di Pesaro per inerpicarsi nella prima collina marchigiana è sempre un’esperienza che porta con sé la voglia di perdersi, fra le distese gialle e verdi che con dolcezza accompagnano lo sguardo man mano che ci si addentra verso Urbino.

Il paesaggio italiano è una ricchezza che spesso sottovalutiamo semplicemente perché ci appartiene senza fatica di conquista, e non ci sembra necessaria la difesa. E invece ha continuamente bisogno di essere ri-considerato un bene da tutelare e valorizzare, perché è l’opera d’arte più affascinante che sia stata mai realizzata.

Per fortuna non sempre gli speculatori del cemento arrivano dappertutto. Esistono ancora famiglie ‘illuminate’ che di generazione in generazione hanno saputo tramandarsi i racconti che le antiche mura dei casolari sussurrano a chi ama le storie, e che hanno preferito restituire lentamente ai quei luoghi la possibilità di ricominciare ad affabulare l’avventore con la cultura secolare che trasuda dalle spesse travi, dagli archi, dai manufatti in cotto, dalla terra.

E’ stata una piacevole sorpresa trovarmi in un luogo restaurato con così attenzione e perizia come Urbino Resort che ha ideato la serata-evento Conserva il Paesaggio, in uno degli angoli più belli (e forse meno conosciuti) d’Italia, la tenuta Santi Giacomo e Filippo nell’Oasi Faunistica de “La Badia”, che si estende nei meandri del Fiume Foglia, tra laghi e calanchi, lembi boschivi, siepi e querce.

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Vicolo dei Lavandai. Dialogo con Arnaldo Pomodoro.

Un dialogo sussurrato fra memoria, luoghi e arte.

Ci sono principalmente due ragioni per le quali ho voluto pubblicare questo libro.

La prima è stata determinata da una contingenza:  la chiusura degli spazi espositivi della Fondazione Pomodoro, in via Solari a Milano; la perdita, non solo per la città, ma per la cultura in generale, di un luogo che aveva un approccio intellettuale, nei confronti  del rapporto attività-comunità, oggi ancora assai raro.

Così, mi è sembrato doveroso documentare in forma cartacea questo momento perché le parole di Arnaldo Pomodoro e di Flaminio Gualdoni possano ri-manere e diventare, per tutti,  spunto di riflessione e di dibattito sulle potenzialità, ma anche sulle problematiche, con cui gli spazi espositivi contemporanei si devono confrontare.

La seconda riguarda il fascino che da sempre esercitano su di me i lavori di Arnaldo Pomodoro e l’interesse critico che ho nei confronti di questo grande protagonista dell’arte contemporanea.

Ma tutto ha inizio molto indietro nel tempo.

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Il fluire dell’arte nel silenzio della natura

Continuo a sentire la stanchezza e l’insofferenza che spinge dal basso con sempre più insistenza. La noia nei confronti del ‘sistema arte’, degli opening nelle gallerie, delle grandi mostre ‘commerciali’ nei musei. Sempre più spesso quindi artisti e critici ‘indipendenti’ cercano di creare ‘situazioni’ alternative con motivazioni più o meno forti, con più o meno successo.
Sono quelle meno ‘chiassose’ che preferisco. Occupazioni e provocazioni come quella di Macao a Milano sono solo brutte fotocopie post sessantottine: non si può combattere un sistema che non ci piace con l’illegalità; non sono gli spazi vuoti che bisogna ‘occupare’; sono gli spazi ‘pieni’ che bisogna ‘svuotare’, bisogna disertare i luoghi dell’apparenza dove si va solo perchè la tendenza lo impone, e bisogna cominciare ad incontrarsi dove si riesce davvero a parlare e confrontarsi, dove l’arte non è appannaggio di pochi che decidono cosa vale o meno, ma dove le opere vengono esposte per essere messe in discussione, per essere vissute e capite, per essere ‘criticate’.

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